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G. Nobile, Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, Napoli 1855, parte prima, pp. 79-87

(…) Più oltre è il castello detto dell’Ovo. Vuolsi quel masso essere stato staccato dal monte Echia in forza d un cataclisma; ed è fama che fossero ivi le delizie di Lucullo, il che sembra abbastanza inverosimile, «perocché dilatando l’angusto procinto oggi bagnato dal mare, non sapremmo colassù trovar modo d’innalzare con la più ardita fantasia una sontuosa turrita magione al romano guerriero, che volle darsi breve riposo e bel tempo dopo i giorni d’armi e di gloria.» Lasciando da banda la puerile opinione di quel facile cronista napolitano Giovanni Villani, il quale pretenderebbe che Virgilio, da lui tenuto per negromante, pose un uovo in una caraffa, e fe’ custodir questa in sottil gabbia di ferro, perché i fati di quel castello fossero mai sempre prosperevoli, la denominazione, sembra assai chiaro, ebbe a venire al forte dalla figura che esso ha dell’Ovo; infatti spogliandolo di tutti gli accessori aggiuntivi di poi col volger di tempo per unirlo alla terra vicina, vi presenta la configurazione d’un uovo. I Padri basiliani vi fabbricarono un monistero, ed intitolarono la contigua chiesa al Salvatore: onde ora è detto scoglio del Salvatore. Nella cronica di Pietro d’Eboli è scritto: V’ha un luogo contenuto in mezzo alle onde, che difendono da ogni parte le acque del mare, che forza di natura allungò come un alto cumulo, che ha intorno scogli sotto il piede d’ una rupe. Vien difeso con acuti scogli da nave remivaga, quinci la pietra, quindi l’onda arresta i piedi ostili. E questo ha nome il salvatore, perché, credetemi, salva, ed una certa preda è a tenere in siffatto luogo. Tale nomenclatura leggesi anche nella vita di S. Patrizia, la quale, giusta Cleonte Corbizi ampliatore dell’opera di monsignor Paolo Regio, vi sbarcò dopo crudel tempesta nel 638. Essa visitando quelle mura vi segnò una croce col dito e disse: Haec requies mea. In quelle stanze si vogliono ancora visibili alcune pitture, come visibili altresì sono le vestigia del monistero basiliano. Fu carcere e prigione a principi e potentati, Augustolo ultimo imperatore romano nel 746, ed Odoacre re degli Eruli e primo re d’Italia. Guglielmo I che innalzò il castel Capuano per difesa di terra, fortificò quello scoglio per difesa di mare, nel 1154, affidandone il lavoro ad un certo architetto Buono di cui parla il Vasari nella vita di Arnolfo Lapo. Federico II mercè l’opera di Niccolò Pisano riedificò il distrutto castello lucullano lì dappresso, e vi tenne un general parlamento ai 16 aprile 1218, nel quale venne fermato che le regie entrate del regno si riscuotessero per graduale colletta. Carlo I d’Angiò nel 1265posevi il tribunale della Regia Camera ed i razionali della Regia Curia, e sotto l’altro Carlo, angioino, Maria moglie di costui, avutane nel 1298 licenza da Bonifacio VIII, vi pose un monistero di benedettini. Sotto Giovanna II il castello ebbe a soffrire per le popolari sommosse dello Sforza, e fu arso e saccheggiato. Nel 1495 Carlo VIII il prese a Ferdinando II, ed espugnollo. E nel 1503 le prime mine che si conobbero in Napoli fecero prova della loro tremenda possanza sotto le mura di questo castello, che Pietro Navarro scrollava. Pietro di Toledo, viceré di Carlo V, ed a cui tanti abbellimenti Napoli dovè, lo ristaurò, e sotto Filippo II, corrente l’anno 1595, Giovanni Zunica, unillo interamente al continente per quel ponte che ora vi conduce, e che è lungo non men che 800 palmi. L’epigrafe che ce l’avverte è posta sul primo ingresso, ed è la seguente:
PHILIPPVS II HISPANIARUM REX
PONTEM A CONTINENTI AD LVCVLLANAS ARCES
OLIM AVSTRI FLVCTIBUS CONQVASSATUM
NVNC SAXIS OBICIBVS RESTAVRAVIT FIRMVMQVE REDDIDIT
D. JOANNES ASTVNICA PROREX
ANNO MDLXXXV

Il Benavides, viceré di Carlo II, nel 1692 v’innalzò contro il mare un fortino; ma essendo stato il castello stretto d’assedio dal conte di Carnì, che militava per Carlo di Borbone , vi fu aperta la breccia da cannoni che fulminavano di sopra il monte Echia. Ecco l’altra iscrizione che è sotto un breve portico, e ricorda l’opera del Benavides che vi fe’ aprire una fonte.
CAROLO II AVSTRIACO REGE
LVCULLANARVM DELITIARVM VETUSTATIS NOVS FLVENTIS LIMPHAE
SITIENTIBUS FONS APERITVR
HIC DENVO PATRITIAE VIRGINEOS IRRIGAT FLORES
VESAEVI INSAEVIENTIS OBTVTV
VEL OLIM NAVARRI MEMORIA IN TERRENIS
AMBO ENIM FLVENTA MINISTRANT
AD FRANCISCI BENAVIDES EXCELLENTISSIMI HVJVS REGNI PR0REGIS
LEONEM INTERERAT
AQVAS PRO IGNE SVPPEDITARE
ANNO REPARATAE SALVTIS MDCXCIII

Parafan de Ribera innalzò di costo al forte un’ ampia torre, di cui il popolo, accorrendovi le sere estive , deliziavasi; ma Gaspare de Haro, marchese del Carpio, col pretesto di fortificarla, la tolse al popolo, mal convenendo che questa si fosse così vicino al castello, ed in luogo anch’esso eminente. Oggi vi sono i forni pel pane delle milizie. È detta la Panatica.
Ed eccoci pienamente sulla costiera di s. Lucia.
Fino al 1600 questa strada era ingombra tutta di poveri abituri di pescatori , formando piuttosto una rozza borgata che una dicevole via di una città capitale. Gusmano di Olivares, viceré spagnuolo, incominciò a toglier via quelle casuccie ed a facilitarne la discesa. Quel tratto di strada che dalla Reggia viene giù fino al mare fu già da lui denominato via Gusmana dal suo nome; ma avendo messo a capo di essa una statua di Giove Terminale di colossali proporzioni, fu chiamata del Gigante. Ebbe poi nome di Santa Lucia da una chiesetta intitolata a questa Vergine, chiesetta che fu non ha guari demolita per innalzare o allivellare la strada; ma in cambio della quale altra ne sorse di cui or ora discorreremo. Vi aggiunsero opere di abbellimenti a mano a mano il conte di Benavides, il cardinal Borgia., il duca di Alba, il duca di Alcalà, ma più di ogni altro il Borgia che vi spese del suo. La Banchina detta dell’acqua sulfurea fu fatta costruire tutta in piperno in questi ultimi anni regnando Ferdinando II. Si scende ad essa per duplice spaziosa scalinata, e trovasi sul lido una convenevole spianata che vale di sbarcatoio e che offre il comodo soprattutto nelle sere estive di riposarsi ai bevitori di quell’acqua salutifera ed anche di mettervi deschi per cenare. Il popolo napoletano fa grande uso di quest’ acqua nella state, ed essa offre qualche vantaggio speculativo non pure a quelle donne della contrada che l’attingono a’ cannelli della sorgente, ma anche a’ venditori che la portano in tutte le altre vie in piccole bocce di creta o la spacciano in apposite botteghe.
Sulla Banchina sono in giro, al basso, ampli magazzini, e sopra da un lato e dall’altro baracche di legno ove vendonsi i così detti fruiti di mare, squisiti molluschi di cui facciamo gustusissimo pasto. Fra questi sono i dolci e teneri soleni (cannolicchi), le pingui ostriche, il poco men pregevole spondilo (spuonnolo), le camadie, le arselle (vongole), le donaci o telline (tonninole) ed i due murici denominati sconcigli di mare.
Bello è a vedere nelle sere di estate, specialmente quando la luna le inargenta, covrirsi quella via soprattutto dalla parte de’ fabbricali, di tavole apprestate ad aria aperta ove non mancano quasi mai i nazionali vermicelli, i pesci freschissimi e gl’indicati frutti di mare: nel mezzo della Banchina è la fontana di Giovanni da Nola che merita una particolare menzione.
Furono i luciani pescivendoli e pescatori che, mentre teneva in Napoli la verga viceregnale quell’altero e solerte D. Pietro di Toledo, tanto di moneta accozzarono che bastasse ad abbellire la loro spiaggia di grandioso fonte quasi numento di patria carità verso il proprio quartiere, e del quale vollero affidarne la esecuzione a quel Giovanni Marliano da Nola che principe venia riputato della napolitana statuaria. Ma perché nella tomba del viceré ed in altri già cominciati lavori quegli allora gli scalpelli adoperava, né interamente accettò, né ricusò al tutto la commissione; la quale ottenne che fosse affidata al suo miglior discepolo, Gian Domenico D’Auria, promettendo d’assisterlo non solo di consigli, ma anche dell’opera sua. In fatti ne corresse il disegno, ne ritoccò talune parti, talune altre fece, e con ogni diligenza cooperò al buon esito dell’impresa: tal che di piena soddisfazione tornò la fontana non men di coloro i quali comandata lineano, che degli artefici intelligenti e di tutta la città nostra, ove come uno de’ più bei lavori del Marliano fu avuta sempre, anzi in tale onore tenuta che quando il viceré D. Pietro d’Aragona volle rimuoverla di là per mandarla a Madrid, si ammulinò il popolo nella contrada, e non permise che l’ispano Verre pur questa preda aggiungesse alle altre onde avea dispogliata la metropoli nostra.
Rappresenta quest’edificio la figura di un arco di trionfo, se non che gli tien luogo d’imbasamento una vasca, e tutti gli ornamenti e le parti accessorie sono disposte per modo che si comprende a primo sguardo essere idraulica anzi che bellica la destinazione. In effetto a’ trofei che decorano gli archi trionfali sono qui sostituiti gusci di conchiglie, tartarughe, locuste ed altri marini animali o mostri congegnati in maniera che simulano sulla faccia de’ pie dritti i militari trofei. E così nelle due esterne estremità de’ pilastri sporgono, in cambio di colonne, due statue nude di uomini i quali servono a sostenere i capitelli, e posano il piede ciascuno sopra un delfino che dalla bocca versa un zampillo d’acqua nel gran serbatoio. S’alza dal centro di esso ritonda conca sul suo piede tutta lavorata, dalla quale spiccia un maggiore getto d’acqua. Due altri in line fuori ne vengono da mascaroncini posti nel mezzo delle due ale o pareti laterali dell’arco, sopra de’ quali veggonsi in bassorilievo due bellissime favole. Nell’una è Nettuno ed Anfitrite che sulla marina conca procedono tra’ flutti, e tritoni ed altri Dei del mare fanno loro all’ intorno corona e plauso. Nell’altra uno di questi numi si vede trasportar nelle braccia rapita ninfa; accorre il rivale a torgliela, e calda zuffa è per nascerne: lavori in cui nessuno è che non ravvisi la forza, l’espressione, il finito che avea lo scarpello del nostro Nolano. E per certo suoi sono quésti bassirilievi, sue queste belle statue. Due sirene sostengono la volta dell’arco, coronala da uno stemma che due marini genii sorreggono, e di altri ornamenti non di severo gusto decorata. Finalmente tre latine epigrafi si leggono in questa fabbrica. L’ima invita il viandante a bere di quelle chiare linfe fin alla radice del laburno attinte, ad ammirare le scolture di Giovanni Nolano, considerare la frequenza de’ cittadini, l’abbondanza de’ commestibili, il mercato de’ pesci; l’altra è intitolata a re Filippo III, sotto il cui regno, governando per esso questa Napoli il conte di Benavente Gian-Alfonso Pimentelle, fu il descritto fonte trasportato verso il mare nel 1606, perché non mancasse pur così splendido monumento alla bellissima spiaggia locullana; la terza infine postavi nel 1831 ricorda le restaurazioni che allora vi si fecero fare. Questa iscrizione prese il luogo di altra più antica onorevole al cardinal Gaspare Borgia, siccome colui che nel 1620 fece cambiar di posto la fontana: viceré al quale principalmente siam debitòri delle vaghezze che la mano dell’ uomo aggiunse a quelle della natura. Si notava nell’iscrizione che l’abbellimento non era staio fatto a spese della città o del popolo; ed in vece delle due P. P. (publica pecunia) che spesso in altre epigrafi leggiamo, vi era scritto

NVLLO . FISCI . NVLLO . POPVLI . AERE.
Nel 1844 col livellamento della strada che perdette un terzo del pendio e da soli cinquanta palmi d’ampiezza giunse a centotrentasette, come nel punto di S. Maria della Catena da quaranta palmi venne ampliala a centodieci, questa fontana, novellamente restaurata con disegno dell’architetto Bonucci, fu portata al posto in cui ora la veggiamo, e due iscrizioni laterali del Quaranta, succedute a lor volta alle antiche, indicano i restauri fattivi, come il piede della vasca, il serbatoio delle acque e i delfini che non sappiamo perché furon messi in vece delle sirene del Marliano.
Di rincontro a questa fontana è la chiesa parrocchiale di S. Maria Della Catena, fondata nel 1576 da’ popolani del luogo. Essa non è bella, ma è molto cara a quelli del quartiere che nella ricorrenza della festa della Vergine l’adornano chiassosamente spendendovi dell’oro: è notevole questa festa per la sua indole caratteristica. I marinari bruciano in quel giorno una barca, fanno eseguire musiche e fuochi artifiziali; e nel calore della festa, presi da impeto straordinario e dalla forza dell’uso, si gettano in mare belli e vestiti, e giungono talora a gettarvi qualche povero inoffensivo passaggiero quando men se la spetta, e che certamente non trova molto delicata questa loro divozione.
La via è formata insieme da bei palazzi per la maggior parte, era anche da luride e sconce casupole che un giorno forse saranno regolarizzate ed accomodate a presentar pia convenienti facciate, come si fece per quelle del Piliero. Le povere abitazioni sono de’ popolani del Rione, i palazzi sono per lo più Alberghi o si appigionano con mobiglia agli stranieri. Due erte tortuose salgono il colle Echia, e menano al poggio detto pallonetto di S. Lucia, piccola ma popolosa borgata, nella quale poco o nulla vi è da osservare. Più innanzi a man destra, dopo l’albergo di Roma che offre una sala da desinare in riva del mare, sorge la nuova chiesetta di S. Lucia, ricostruita coll’alzarsi della strada e ornata di un pronao di greca struttura, e di altari marmorei, e di varie tavole che ritraggono il martirio della tutelare; a cura e spese del parroco Francesco Presutti. (…) Ai due capi di questa via detta del Gigante, e che è formala da un lato coi palazzi de’ principi reali conte di Capua e principe di Salerno, dall’altro col parapetto che guarda l’arsenale d’artiglieria e la caserma del reggimento Real Marina, eranvi due fontane, delle quali una sola si vede adesso rappresentante il Sebeto fiancheggiato da un tritone e da un delfino, opera di Carlo Fansaga, allogatagli da Arrigo di Gusman. L’altra era detta del Gigante dalla statua colossale di Giove rinvenuta a Pozzuoli della quale ho più sopra parlato. Il simulacro del Dio è ora al Museo: fu rinvenuto a’ tempi di Medina; ma messa accosto alla Reggia da Pietro d’Aragona la fontana di triplice arcata, voluta opera del duca d’Alba, fu tolta negli ultimi anni; ed era ben poca cosa, soprattutto a fronte di quella di Giovanni da Nola. (…).

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