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La scientifizzazione della violenza: salute emotiva e responsabilità culturale

Nel corso della conviviale del Rotary Club Napoli Castel dell’Ovo del 16 marzo 2026, il dottor Vincenzo Barretta, psichiatra, psicoterapeuta e Past President del Club, ha offerto ai presenti una riflessione di grande spessore sul tema della salute emotivo-comportamentale, proponendo una chiave di lettura tanto innovativa quanto necessaria: quella della scientifizzazione della violenza.

L’espressione in parola invita a spostare lo sguardo dal giudizio alla comprensione del fenomeno.
La violenza, ancorché moralmente e giuridicamente esecrabile, è stata mappata attraverso gli strumenti delle scienze psichiatriche, psicologiche e sociali.

Al centro di questo approccio vi è il concetto di rischio – probabilità costruita dall’interazione di molteplici fattori. Il dottor Barretta ha richiamato l’attenzione sui cluster di rischio, ovvero gli insiemi di condizioni che, combinandosi, aumentano la possibilità che un individuo sviluppi comportamenti aggressivi o violenti.
Tra questi, un primo livello è rappresentato dai fattori biologici e genetici: la ricerca scientifica ha individuato, ad esempio, varianti genetiche – come quelle legate al gene MAOA – che possono influenzare la regolazione dell’aggressività e degli impulsi, costituendo per l’individuo una vulnerabilità, che può esprimersi o meno in relazione all’ambiente.
Ed è qui che interviene il secondo grande cluster: quello psicologico e relazionale: traumi infantili, carenze affettive, incapacità di riconoscere e gestire le emozioni rappresentano elementi decisivi nella costruzione della personalità e nella modulazione delle risposte comportamentali.
Infine, il terzo livello è quello sociale e culturale: condizioni di marginalità, povertà, esclusione, come anche modelli educativi improntati alla invalidazione o alla negazione dell’emotività, contribuiscono a creare un contesto in cui la violenza trova terreno fertile.

È in questo ambito che il relatore ha richiamato il concetto di “pedagogia nera”, espressione che indica quei modelli educativi fondati su autoritarismo, repressione emotiva e svalutazione dell’individuo. Una pedagogia che, lungi dal formare, può generare fragilità profonde e predisporre a comportamenti disfunzionali.
A questa visione si contrappone lo sforzo, oggi sempre più necessario, verso una educazione inclusiva e consapevole, capace di riconoscere le differenze, accogliere la complessità emotiva e promuovere competenze relazionali. Un’educazione che non si limiti a trasmettere regole, ma che insegni a comprendere sé stessi e gli altri.

In questo quadro, la salute emotivo-comportamentale emerge come un vero e proprio presidio di prevenzione.
Promuovere alfabetizzazione emotiva, riconoscimento dell’alterità, capacità di gestione del conflitto e qualità delle relazioni significa intervenire a monte, riducendo il rischio che il disagio si trasformi in violenza.
La riflessione si amplia così fino a includere la dimensione collettiva, attraverso la nozione di “cambiamento climatico culturale”.
Il clima di una società – ovvero l’insieme di linguaggi, modelli, narrazioni e stili relazionali – può favorire o contrastare la diffusione della violenza. Un clima caratterizzato da aggressività, polarizzazione e impoverimento emotivo tende a normalizzarla; al contrario, un contesto fondato su empatia, consapevolezza e responsabilità può prevenirla.

In questa prospettiva, il contributo delle scienze della mente assume un valore profondamente civile: comprendere la violenza per trasformare il contesto che la genera.
Non è un caso che tale impostazione richiami, sul piano filosofico, la riflessione di Hannah Arendt sulla “banalità del male”: l’idea che il male possa nascere anche da processi ordinari, da inconsapevolezza e da assenza di pensiero critico. La scienza, allora, diventa uno strumento per riportare consapevolezza là dove rischia di prevalere l’automatismo.

La relazione del dottor Barretta ha così offerto ai presenti non solo un’analisi rigorosa, ma anche un invito alla responsabilità: individuale, educativa e sociale.
Il Rotary, da sempre impegnato nella promozione del bene comune, trova in questa visione un ambito di azione particolarmente significativo. Perché lavorare sulla salute emotiva e sul clima culturale significa contribuire, in modo concreto, alla costruzione di una società più equilibrata, inclusiva e meno esposta alla violenza.
In definitiva, il messaggio che emerge è chiaro: la violenza non si combatte soltanto reprimendola, ma comprendendone le radici e trasformando il contesto che la rende possibile.

A conclusione della serata, il Club ha voluto esprimere un sentito ringraziamento al dottor Barretta non solo per l’elevato contributo scientifico offerto, ma anche per il suo costante impegno nella vita rotariana e nella comunità.
La sua presenza nel Rotary Club Napoli Castel dell’Ovo si è sempre distinta per generosità, visione e spirito costruttivo: un rotariano capace di tenere insieme, con equilibrio e responsabilità, la visione, l’amicizia e il service che orientano il Club nei momenti più significativi.
Attraverso il suo lavoro professionale, le iniziative promosse e l’attenzione costante ai temi della salute emotiva e del benessere collettivo, il dottor Barretta continua a rappresentare un punto di riferimento prezioso, incarnando pienamente i valori del Rotary nel servizio alla persona e alla società.

AUTRICE
Lucrezia Santaniello