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La strada come opera: l’Appia Antica riscrive il senso del viaggio

L’inclusione della Via Appia nel patrimonio UNESCO segna un passaggio culturale e giuridico che va ben oltre il riconoscimento di un’infrastruttura antica: introduce, in modo finalmente esplicito, la strada come bene culturale complesso, stratificato e relazionale.

È su questo crinale che si colloca la riflessione del Professor Fabio Mangone, Past President del Rotary Club Napoli Castel dell’Ovo, che invita a superare letture riduttive e a ripensare profondamente categorie e strumenti della tutela. Una riflessione che il Club accoglie con particolare orgoglio, riconoscendovi l’autorevolezza di un proprio illustre consocio e la profondità di un percorso di studi consolidato, qui restituito in forma di sintesi alta e rigorosa.

Questa prospettiva ha trovato una cornice concreta e autorevole nel Forum Distrettuale della Commissione Cultura del Rotary International – Distretto 2101, svoltosi il 18 aprile 2026 presso il Real Sito di Carditello e dedicato proprio al tema “Appia Antica patrimonio UNESCO”.

L’incontro ha rappresentato un momento di alto profilo istituzionale e scientifico, aperto dai saluti di Maurizio Maddaloni, Eleonora Petrazzouli, Giuseppe Nardini e Attilio Leonardo. I lavori sono stati avviati dal Governatore Angelo Di Rienzo e introdotti e moderati da Alessandro Castagnaro, Presidente della Commissione Cultura distrettuale, con un intervento dedicato al ruolo della Via Appia nel sistema dei siti UNESCO della Campania.

In questo contesto si è inserita la relazione del Professor Mangone, espressione di una più ampia attività di ricerca e riflessione sul tema, che ha offerto un contributo di grande spessore sul valore della strada come bene culturale, contribuendo a ridefinire un ambito ancora segnato da ambiguità normative.

Nel D.Lgs. 42/2004, infatti, l’art. 10, comma 4, lett. g), include tra i beni culturali “le vie, le piazze e gli altri spazi pubblici” qualora presentino interesse artistico o storico. Tuttavia, una lettura storicamente orientata in senso urbano ha finito per escludere, di fatto, le strade extraurbane.

Questa interpretazione ha avuto conseguenze operative rilevanti: enti gestori come ANAS o amministrazioni locali hanno potuto intervenire su tracciati storici anche in modo incisivo, senza considerare adeguatamente il loro valore archeologico e paesaggistico. Il riconoscimento UNESCO della Via Appia incrina oggi questa impostazione, aprendo alla piena legittimazione delle strade extraurbane come beni culturali a tutti gli effetti.

Un primo livello di tutela riguarda il tracciato in sé, inteso come infrastruttura storica e archivio stratificato. La strada antica non è mai solo superficie: sotto e intorno si conservano resti di epoche diverse, testimonianze materiali di mobilità, economia e organizzazione territoriale. Nel caso della Via Appia, ciò è particolarmente evidente: lungo il percorso si dispongono tombe, mausolei, colombari, ville e insediamenti. In Irpinia, nei pressi di Avellino, sono emerse tracce di un foro romano databile tra II e I secolo a.C., a conferma di come la strada fosse asse generatore di città e paesaggi antropizzati.

La tutela del tracciato implica dunque una visione estensiva e contestuale, che include non solo il sedime stradale ma anche l’immediato intorno, quale spazio archeologico diffuso.

Ma è sul piano paesaggistico che la riflessione si fa ancora più raffinata. Le strade non sono semplici elementi funzionali, ma dispositivi culturali che hanno contribuito a costruire l’identità dei territori. Già nella tradizione normativa italiana, a partire dalla riflessione di Benedetto Croce sulla tutela dei panorami, emerge la consapevolezza del valore estetico della percezione in movimento.

Le grandi strade borboniche di Napoli – come via Posillipo o corso Vittorio Emanuele – furono progettate anche come luoghi di visione privilegiata e, significativamente, furono oggetto di precoci provvedimenti di tutela preunitari: era vietato edificare sul lato panoramico, proprio per preservare la fruizione visiva del paesaggio. Una disciplina che anticipa in modo sorprendente i moderni strumenti di tutela paesaggistica, configurando la strada non solo come infrastruttura, ma come punto di osservazione consapevolmente costruito e giuridicamente protetto.

La stessa Via Appia, già nel Settecento, divenne oggetto privilegiato delle rappresentazioni del Grand Tour, configurandosi come esperienza estetica oltre che archeologica. Non a caso Roberto Pane la definiva una vera e propria “opera d’arte”, capace di orchestrare lo sguardo e costruire sequenze percettive.

Esperienze più recenti, come alcuni casi in Trentino, confermano questa impostazione: strade di particolare valore panoramico non sono state adeguate agli standard viari contemporanei, ma affiancate da gallerie, preservando così l’esperienza visiva originaria.

Alla luce di queste considerazioni, emerge la necessità di una strategia più avanzata: non solo vincolare, ma mappare e valorizzare i tracciati di interesse storico e paesaggistico. Modelli europei come le “Marguerite Routes” dimostrano come sia possibile trasformare le strade in infrastrutture culturali attive, dotate di segnaletica dedicata e pensate per una fruizione lenta e consapevole.

In questa prospettiva, il riconoscimento della Via Appia come patrimonio UNESCO impone un vero cambio di paradigma: dalla strada come mezzo alla strada come fine. Non più semplice collegamento tra punti, ma esperienza in sé, dispositivo narrativo capace di sedimentare immagini, memorie e identità.

È anche questo il senso più profondo emerso dal Forum di Carditello: un invito a ripensare il viaggio non come transito, ma come attraversamento culturale, in cui il tempo lento diventa condizione essenziale per comprendere il paesaggio. La strada torna così ad essere ciò che è sempre stata nella sua forma più alta: un’opera collettiva, stratificata nel tempo, capace di tenere insieme archeologia, architettura, paesaggio e immaginario. Un bene culturale, a tutti gli effetti.

Autrice: Lucrezia Santaniello