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Processo alla storia dell’Unità. La relazione a favore di Mauro Giancaspro

foto di Paolo Pisanti

foto di Paolo Pisanti

Nel corso della serata del 3 marzo, nella Chiesa di San Giovanni Maggiore a Napoli, i Rotary Club del Gruppo Partenopeo hanno organizzato un vivace ed approfondito dibattito sul tema dell’Unità d’Italia, per riflettere ed approfondire tesi favorevoli e contrarie a quello che è stato il processo d’unificazione nazionale. Tra i sostenitori della tesi unitaria vi è stato l’intervento del Presidente Mauro Giancaspro che, nel suo intervento, si è concentrato nell’evidenziare il livello del sentimento nazionale e della cultura nazionale. Partendo da questo presupposto, se aggiungiamo ulteriori considerazioni sugli aspetti economici e politici, monetari e fiscali sembra difficile poter giungere a conclusione diversa da quella che il processo unitario potesse partire dal Sud e ad opera dei Borboni. 

Testo integrale della relazione a sostegno della tesi a favore dell’Unità d’Italia di Mauro Giancaspro, sintetizzata a braccio nell’intervento della sera del 3 marzo 2017 nel processo svolto nella Basilica di San Giovanni  Maggiore.

“Processo all’Unità d’Italia”

Signor presidente, signori giudici a latere, signori della giuria popolare, autorità Rotariane e Innerine,  amabilissimo e pazientissimo pubblico, mi è stato affidato il compito di difendere le ragioni dell’Unità d’Italia, in questo atipico processo, nel quale ci si propone di giudicare non tanto l’operato dei Savoia o dei Borbone, quanto il modo con il  quale è stata realizzata, poi difesa, poi completata questa unità; un giudizio storico può e deve  essere proposto con equilibrio e  freddezza, pur non senza  passione,  essendo trascorsi  ormai più di  centocinquanta anni dal fatto.

Nell’organizzare questa iniziativa, ci siamo tutti ripromessi ulteriori   momenti di studio e di riflessione. Siamo, infatti, tutti convinti che l’importanza del tema trattato non possa risolversi negli spazi necessariamente brevi di un processo come questo.

 Compito molto arduo, in particolare, il mio, non solo per la complessità del tema, per le divergenti posizioni degli storici, ma anche e soprattutto per il fatto che il tempo a mia disposizione è di un quarto d’ora. Comprimere 150 anni in quindici minuti è sicuramente impresa difficilissima.

 Difenderò e sosterrò le ragioni dell’Unità d’Italia, guardandola dall’alto dell’anno  2017 e dal punto di osservazione della mia convinta fede repubblicana. Non saranno espresse fantasiose posizioni filosabaude o filoborboniche, essendo le une e le altre pertinenti non tanto a una considerazione sul passato, quanto alla fantasiosa spinta  umorale che spesso caratterizza questi nostri anni, nei quali il giudizio storico si confonde e fonde pericolosamente con il senso di appartenenza e con atteggiamenti non di rado  vicini a quelli dell’orgoglio campanilistico e a volte, addirittura, della  tifoseria calcistica.

 Quest’approccio volutamente raffreddato non dovrà impedirci di verificare quante colpe storiche ci sono state da parte dei Savoia, quante da parte dei Borbone. Nel senso che l’una e l’altra hanno rappresentato uno stato – quello monarchico – nel quale nessuno di noi – ritengo – vorrebbe  tornare. Basta, del resto, paragonare la repressione dei Borbone all’indomani della sfortunata rivoluzione napoletana del 1799 a  quella fatta dai Savoia, all’indomani dell’Unità d’Italia nel Mezzogiorno, per renderci  conto, per usare un’espressione foscoliana, “di che lacrime grondi e di che sangue”, tanto la monarchia borbonica quanto quella sabauda.

Perciò nell’esame breve che farò, nei tempi che mi sono stati consentiti, non potrò fare a meno di considerare  questi punti fermi:

1. Che ho sessantotto anni

2. Che ho vissuto il primo centenario dell’Unità d’Italia quando di anni ne avevo dodici.

3. Che ho fatto il bibliotecario e che quindi a sostegno di quello che dirò citerò nel breve tempo che ho a disposizione fonti e testimonianze scritte:  libri e giornali

 Nel 1961 celebrammo clamorosamente e un po’ trionfalisticamente il primo centenario dell’unità d’Italia. Fummo coinvolti anche noi ragazzini di dieci -dodici anni, con un’attenzione particolarmente premurosa, dal Ministero della Pubblica Istruzione, che distribuì gratuitamente a tutti gli alunni delle scuole medie un indimenticabile libretto con la  copertina bianca adornato di una  coccarda tricolore dal titolo I grandi fatti che portarono all’Unità di Italia. Era un’antologia di scritti dei protagonisti dell’epopea risorgimentale. Ed erano tutti eroi: Garibaldi, Carlo Alberto, Mazzini, Settembrini, e perfino Cavour e Vittorio Emanuele II.

Sempre quell’anno la casa editrice BEA lanciò la raccolta di figurine 1861-1961 Centenario dell’Unità d’Italia, Grande album commemorativo per la raccolta delle figurine. (Nell’anno rotariano 2010-2011 il Distretto 2030 Piemonte-Liguria- Val d’Aosta ne ha pubblicato una bellissima  ristampa anastatica). In copertina un bel disegno coloratissimo dell’incontro di Teano.

Anche nella collezione di figurine netta era la demarcazione tra buoni e cattivi: da una parte Garibaldi, Mazzini, Ricasoli, Vittorio  Emanuele, Cavour, Napoleone III, dall’altra gli Austriaci, i Borbone e tutti i duchi e i granduchi di quegli stati che avevano impedito l’unità.

Poi verso la fine dell’anno, l’altro avvenimento clamoroso: fu inaugurato il secondo canale tv della RAI.  Fu scelta come data emblematica il 4 novembre, per mandare in onda una trasmissione di cori patriottici e militareschi. Sempre in quell’anno furoreggiò il film Viva l’Italia di Roberto Rossellini dedicato alla figura e all’epopea di Garibaldi.

Così ci insegnavano la storia.  Così ci educavano. Leggevamo i racconti mensili del libro Cuore infiammandoci con gli eroismi della Piccola vedetta Lombarda e del Piccolo tamburino sardo. Poi, più tardi, ci hanno spiegato che gli Austriaci e i Borbone non erano poi così cattivi. Che gli uni e gli altri, a Napoli e a Milano, si erano incrociati e incontrati in qualche modo con gli illuministi. Che con i Borbone il Regno di Napoli era uno dei più economicamente fiorenti della Penisola; che era stata avviata un’industria fiorente (porcellane, seterie, cristallerie, fonderie, officine ferroviarie); che Carlo di Borbone aveva istituito  un organismo modernissimo come la segreteria di stato.

Vero e giusto, però… Però, abbiamo tutti studiato, in occasione del bicentenario della Rivoluzione Napoletana del 1799 che il popolo napoletano, e gli abitanti delle campagne  campane calabresi e pugliesi, non se la passavano poi così bene, oberati da uno incredibile  numero di tasse e di gabelle. E abbiamo appreso anche della ferocia della repressione borbonica, della violenza della reazione e dalla durezza della restaurazione. E abbiamo tutti letto L’Armonia perduta di Raffaele La Capria prendendo atto della lunga restaurazione culturale che è seguita alla perdita dell’armonia degli ideali del 1799.

Mi sia consentito, a questo punto, avendo fatto riferimento agli ideali del 1799, un ricordo affettuoso e riconoscente a Gerardo Marotta e alla sua battaglia per la cultura.

Poi abbiamo preso cognizione  quali stragi e devastazioni perpetrò il generale Cialdini alla guida dell’esercito regio nel Mezzogiorno, e che i Piemontesi non erano proprio considerati amici della Campania e del Sud..  Insomma la storia, anche quella da raccontare ai ragazzini, è stata riscritta.

 All’indomani della prima fase dell’unità, dal 1861 in poi divampa una polemica abbastanza accesa tra i sostenitori del completamento dell’unità d’Italia, quelli che si oppongono al completamento e quelli che sostengono un impossibile rientro dei Borbone.  È la stampa periodica satirica e umoristica di quegli anni, fiorente e vivace, a dare battaglia.

Da un lato ci sono fogli favorevoli al completamento dell’unità, di ispirazione fortemente anticlericale,  assai battaglieri, sempre a rischio di chiusura per la censura o per  mancanza di soldi. Si citano, tra i tanti: L‘Arlecchino, giornale Caos di tutti i colori; il Poncio, giornale umoristico politico teatrale;  il Folletto; L’Arca di Noè,  giornale umoristico politico quotidiano: La Pagnotta, giornale ultra serio con caricature. Imperversano su molti di questi giornali tre straordinari caricaturisti: Melchiorre Delfico, Antonio Manganaro e Enrico Colonna.  Le vignette sono argutissime, divertenti, dissacranti, feroci.

 I più agguerriti e diffusi, come l’Arlecchino, Il Folletto e L’Arca di Noè se la prendono con tutti quelli che si oppongono direttamente o indirettamente al completamento dell’unità. I loro  nemici giurati sono Napoleone III e il Papa.

Si affianca a questi la voce, non meno salace, ironica e satirica di giornali in  dialetto napoletano. Un dialetto spesso particolarmente raffinato. Sono, tra gli altri:  L’ancunia e lo martiello;  Pulicinella e lo Diavolo zoppo; Masaniello, spassatiempo de Napole e trentasei casali ; Li quattro d’u muolo; l’Abate Taccarella; Masto’ Rafele, Giornale de lo Popolo vascio;   Lo cuorpo de Napoli e lo Sebeto.  Giornaletti bellicosi e irriverenti, che hanno varia e diversa impostazione.

Insomma, guardando questo gruppo di fogli sempre in bolletta e sempre esposti alla censura, alle denunce e alla chiusura forzata, che non sempre riescono a essere puntuali con la periodicità – tanto che qualcuno scrive sulla testata “esce quando può”-  spesso viene fuori la denuncia di angherie, di malversazioni, di povertà e lo stato  del popolo,  dei nullatenenti, degli indigenti e dei poveracci, oberati di tasse e di gabelle, per i quali non  cambia proprio nulla  nel passaggio dai Borbone ai Savoia.

 Ma c’è un’altra unità d’Italia, che ci preme evidenziare. Un’idea d’Italia che è preesistente al Risorgimento e prescinde dall’azione dei Savoia e dalla sconfitta dei Borbone.  È un’unità d’Italia costituita da quella che potrebbe definirsi grande repubblica  delle lettere, del pensiero e delle scienze. Una repubblica forte di una plurisecolare storia che si è espressa fino a tutto il settecento in latino e in italiano. Una repubblica delle lettere che si è affermata già prima dell’Umanesimo, ma consolidata fortemente alla metà del quattrocento con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Una repubblica che ha avuto i suoi centri di prolusione nelle sue capitali del libro  e della tipografia in tutta la penisola: da Venezia a  Firenze, da Napoli a Roma, solo per citare alcuni dei grandi centri tipografici della Penisola.

Si tratta di una koinè culturale e delle scienze che si è realizzata, nella produzione libraria di cinque secoli, negli scambi tra città e città, nella condivisione di grandi stagioni letterarie e di pensiero, testimoniata dalle grandi biblioteche italiane: da Torino a Milano, da Firenze a Napoli, da Parma a Bologna, da Modena a Pisa, da Pavia a Venezia, da Roma a Bari.

Aveva naturalmente torto Metternich, quando al Congresso di Vienna,  diceva che il nome dell’Italia rappresentava solo una configurazione geografica.   L’Italia era certamente divisa in un numero consistente di stati indipendenti l’uno dall’altro, a volte tra loro avversi a volte politicamente e militarmente ostili l’un l’ altro, ma pronti a riconoscersi e a trovarsi vicini e accomunati nella condivisione delle  grandi  stagioni di pensiero e artistiche: dal Romanico al Gotico, dall’Umanesimo al Rinascimento, dal Barocco  al Neoclassicismo.

Si tratta di un’unità d’Italia, che è sempre esistita in quella libera repubblica del pensiero che nessuna censura e nessuna avversione di regime è mai riuscita ad annullare. Ed è l’unità d’Italia nella quale possiamo noi italiani riconoscerci, senza rinunciare al legame con le radici di ogni territorio, ma senza nemmeno inciampare nel pericolo di divisione e di separazione che il mito delle radici può creare. È noto a tutti quali disastrose tragedie sono nate dalla degenerazione del culto delle radici nel mito della razza. Questa unità, di lingua, di intenti, di cultura, di espressione letteraria, di tolleranza religiosa,  vogliamo  continuare a tutelare e difendere. Viva l’Italia!

Mauro Giancaspro